Uccidiamo il genio folle. Riflessioni su “La più lunga ora. Ricordi di Dino Campana” di Vinicio Marchioni

C’è un filo rosso che guida i versi di questa storia: la donna.

Prima la madre che odia il figlio, poi l’amante che tenta di salvarlo.

La madre fonte di delusione e rabbia che distrugge quell’immagine bella di donna, il poeta che cerca e ricerca quest’immagine nonostante la malattia che ormai lo annebbia.

Nonostante non per mezzo. Nonostante la sofferenza nel poeta c’è un moto continuo di ricerca, di tensione verso il bello, capire il mondo e scoprirlo, viaggiare sempre e a volte scappare, tentare forse di curarsi?

Poi un nuovo incontro distruttivo, il manoscritto mandato agli editori Papini e Soffici, l’unica copia, ignorata, maltrattata, persa. La rabbia, gli occhi rossi, le vene, la delusione così grande che esplode, la coltellata e il sangue che macchia tutto. Poi la furia tempestosa, il riscatto nella riscrittura, nonostante tutto riprovarci e continuare sempre a buttarsi a capofitto seguendo un soffio di speranza.

Poi la donna, la relazione con la poetessa Sibilla Aleramo, mente libera e all’avanguardia.            

La loro storia è passionale e intensa ma ben presto si perde tra emozioni forti, fragili, impetuose; sprofonda nella violenza cieca che nega ogni possibilità di rapporto.

Soccombere alle delusioni, farsi rabbia e non vedere l’altro. La malattia mentale che distrugge i rapporti e sporca tutto.

La malattia che divora la ricerca-speranza del bello di cui si nutre il poeta.

Dino Campana: un uomo, un poeta, con la sua forza e la sua immensa fragilità.

Uno spettacolo che senza giudizi e senza misteri scopre la faccia della malattia psichica, senza esaltarla o nasconderla. Una lettura umana di chi vede la sofferenza e la realtà interna dell’uomo. Una piccola rivoluzione del pensiero per spazzare via l’idea del genio folle.

Francesca Brunetti