Anche gli uomini hanno il ciclo

Ho imparato a parlare senza nemmeno rendermene conto, purtroppo i miei ricordi iniziano più in là.

Ho scoperto come camminare, non so se prima o dopo la parola vista la logorrea galoppante, ma neanche di quello ho memoria.

La stessa cosa vale per il mangiare da solo, l’andare in bagno senza l’aiuto delle mani materne, i denti da latte caduti, le prime corse e le lacrime per tutti i gelati non avuti. 

L’andare in bicicletta; beh in realtà di quello ho ricordi ben chiari, probabilmente complici le cadute, i segni e i pianti. 

Sono fermamente convinto che tutte queste cose le ho apprese perché non ho mai avuto paura di fallire.

Tutto questo ha molto a che fare con il mestiere che poi mi sono scelto, non so se ci sia di mezzo una vocazione, poco mi importa a dir la verità, ma ho deciso di fare del fallimento la mia vita.

Questo mi sento ripetere da sempre, dalla prima volta che ho mosso un passo e respirato il palco. 

Occorre fallire per trovare la giusta via. Rialzarsi dalla batosta. Non vivere l’errore come una condanna ma come un’occasione. Nessuna autocommiserazione, ma solo nuovi slanci.

Il problema è che poi facendo questo si rischia di non concedersi il lusso di soffrire davvero e guardarlo in faccia quel fallimento, rischiando di dare poco peso anche a ciò che invece piano piano iniziava a morderci il cuore.

Ieri sera, giunto nel luogo dello spettacolo (come ormai sapete, in questo blog non si parla direttamente di spettacoli e per tanto manterremo misterioso sia il teatro che il lavoro visto, fatevene una ragione e tentate una mirabolante deduzione) contornato e governato dal caos romano cui non mi abituerò mai, intorno a me la solita grigia storia. 

Poche parole, frasi di circostanza, “come stai? Bene e tu?” lanciati in coro, sorrisi rassicuranti quanto quelli di IT il pagliaccio. Nel sottopassaggio avevo appena incontrato gli occhi di un barbone, non riesco a sostenerli eppure scelgo di farmi male e li tengo.

Non reggo, una lacrima, forse ho il ciclo cazzo. In effetti ho letto uno studio a riguardo secondo il quale anche noi uomini…..in effetti questo non c’entra proprio niente e mi fermo qui. 

Dicevo.

Arrivo a teatro, Roma caotica al suo solito, entro, piccionaia, poche parole da dire, poco da ascoltare, poi assisto ad un piccolo miracolo. 

Sono testimone di uno spettacolo che in un attimo cancella quel senso di inadeguatezza, tutti quei dubbi con cui intaso la testa, assisto ad immagini e momenti che mi lacerano e permettono a certi ricordi di riaffiorare, di nuovo una lacrima. Devo avere senza dubbio il ciclo.

Penso in una frazione di secondo a tutti quei momenti in cui mi sono detto “non ce la faccio”, “ho paura non posso farcela”.

Quante biciclette non ho mai pedalato perché mi sentivo in capace?

Quanti salti non ho fatto per paura di rompermi?

Con quante persone non ho parlato per paura di essere giudicato? Eppure non sono esattamente come loro, pieno di difetti e quindi umano?

Quante possibilità ho cancellato dalla mia vita per quelle paure? 

Quante volte avrei potuto dirti che ti amo, forse facendoti scappare prima, ma con la serenità di non aver ingoiato nulla per paura di perderti. (Un paradosso interessante questo). “Cambiando l’ordine delle manifestazioni d’amore il risultato non cambia”: teorema della miseria dell’amore.

Uscito da li, pareva di non aver più terra sotto i piedi, addirittura che Roma non fosse più un caos, ma un piccolo paese dove ci si riconosce e si incontra tutti, dove anche i clacson sembrano ovattati e le sirene solo fringuelli. Tutto era diventato a mia dimensione. Ovviamente non è cambiato nulla fuori; ma dentro, una piccola rivoluzione era in atto. 

Stiamo sempre lì a cercare la perfezione, ma ho appena visto su quel palco che una somma di imperfezioni possono far l’amore e dare vita alla felicità, che si può correggere un discorso in mille modi, abbellendolo di virgole, punti, trattini, corsivi, grassetti e punti e virgola, ma la carne rimarrà sempre quella. I nostri corpi parleranno sempre meglio di ogni racconto.

Si può aggiungere ogni perfezione all’imperfezione. Comunque si arriva sempre ad una conclusione, io sono davvero convinto che quel punto non dovevi metterlo. Sarebbe stato un romanzo bellissimo da scrivere e poi leggere. Ed ora al massimo si possono scrivere due monologhi che non saranno mai una storia altrettanto bella da raccontare.

Alejandro De La Vega

ph. Matteo Fiorucci
(dallo spettacolo Heretico dei Leviedelfool – Kilowatt Festival 2018)

DAL 5 AL 15 SETTEMBRE 2018
SHORT THEATRE – ROMA
Provocare Realtà