Il ministero della solitudine

Il ministero della solitudine

La struttura al centro della scena ruota, ruota ancora e ancora. Come un monolite si staglia sugli attori, i cinque che portano in scena Il ministero della solitudine, e poi su di noi: il pubblico. Quasi si ha il timore che possa crollare da un momento all’altro. Ad ogni rotazione è impossibile non udire il rumore del legno compresso e non veder traballare questo imponente prisma. Ogni faccia è un luogo diverso, ma quasi sempre riconduce alla casa: prima un frigo, poi una finestra, poi un alveare, poi scomparti misti. Sono spazi verso i quali vediamo dirigersi le cinque solitudini dello spettacolo: quella di Caterina Carpio, di Tania Garribba, di Emiliano Masala, di Giulia Mazzarino e di Francesco Villano. Cinque attori che per la prima parte dello spettacolo camminano, si sfiorano, magari si guardano pure, ma non si parlano, non interagiscono; ognuno si isola ed isola gli altri; ognuno è impegnato a costruire, ricostruire o distruggere il proprio mondo. 

Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni mettono in scena uno spettacolo carico di movimento e parole. Ognuno dei cinque personaggi ha un proprio gesto, un tono, un linguaggio che lo contraddistingue dagli altri. Sono diverse lingue che hanno alla radice però lo stesso desiderio di ricerca. Per questo, qualche anno fa, nel Regno Unito è veramente stato istituito il “ministero della solitudine”. Lacasadargilla parte proprio da questo dato per creare lo spettacolo. I personaggi in scena, come tanti di noi, hanno bisogno di una guida, di una sicurezza sulla quale poggiarsi. Ruotano attorno alla figura del ministero, magari non gli chiedono in maniera diretta un aiuto, ma è lì che vogliono andare; è il dio che hanno sempre chiesto: un dio che guardi al loro disagio quotidiano e da quello li guidi verso una realtà priva di sofferenza, è ciò che qualsiasi essere umano cerca nell’amore, nella droga e nell’arte; è ciò che chiedevano le tre ragazze durante il talk precedente allo spettacolo, calati per un secondo pure loro in quella ricerca, illusi anche loro di poter ricevere risposta al loro spaesamento, immersi nella lettura indirizzata proprio a quel “ministero della solitudine” che tanto sembra in grado di fare.

Talk del 1 dicembre 2023 con lacasadargilla

Eppure solo uno dei personaggi viene accettato dal sistema. La burocrazia, fatta di moduli e test, impedisce ad un altro di poter usufruire del sussidio. Un’altra invece chiede per la figlia ma parla sempre e solo di sé. La figlia invece parla di tutto tranne che di sé. E poi c’è l’impiegata del ministero, cordiale, generosa, sorridente, ma pur sempre impiegata, dunque anche fredda e distante, come deve essere qualsiasi impiegato di una struttura burocratica. Non è dell’anima che si può occupare il ministero ma dei dati. 

Probabilmente è per questo che l’istituzione scompare pian piano che si va avanti nella narrazione e così inizia un nuovo capitolo, i personaggi aprono l’uno all’altro la propria storia e finalmente si guardano, si toccano, si seducono e poi si picchiano, si odiano e si consolano. Niente però porta ad una vera risoluzione, l’angoscia e la disperazione crescono, si fomentano, ed intanto il ministero va verso la sua chiusura. Alla fine, sono tutti lì, al bar “Only you”, cantano e ballano, inebriati dal vino e dalle luci sembrano divertirsi e noi sorridiamo con loro. Qualcuno tra il pubblico canticchia sottovoce vivendo insieme ai personaggi quel momento di leggerezza che tuttavia dura poco. Ognuno dei diversi brani musicali riprodotti nel corso dello spettacolo dura molto poco, giusto il tempo di alleggerirci, di allontanarci per qualche secondo dalle parole e dai pensieri che le caricano. Ci godiamo di questi momenti di passaggio insieme agli attori, che si permettono pure qualche passo di danza, in attesi che si compia quella svolta nella loro vita di personaggi che però non sembra arrivare. 

Talk del 1 dicembre 2023 con lacasadargilla

Sulla scena, dopo che abbiamo cantato, ballato, sbadigliato, sorriso e forse pure pianto, resta sempre e solo il monolite, il prisma, l’unica cosa ad avere capacità di cambiare. Immobile ci mostra i suoi scomparti, alcuni svuotati altri ancora pieni; ci rende coscienti dell’evoluzione della storia tramite quegli oggetti mancanti. È solo lui ad illuminare la scena. Aspetta e poi… il buio. Lo spettacolo è finito, ma abbiamo ancora bisogno di qualche secondo prima di applaudire; diciamo tre secondi. Uno: per ricordare dove e come sono stati utilizzati quegli oggetti mancanti. Due: per ricordare le voci e le parole di quei cinque personaggi che adesso sono come dissolte. Tre: per ricordare se siamo stati lì presenti, al teatro Argentina, quella sera del 1° dicembre 2023 alle dieci di sera, seduti su quella poltrona di velluto rosso a guardare Il ministero della solitudine… o se siamo semplicemente a casa durante un blackout, confusi e spaesati, senza la minima coscienza di dove andare e cosa fare. Sappiamo solo che siamo lì soli con noi stessi e nessuno verrà in nostro aiuto.

Antonio Nicita
5/12/2023